Un’analisi femminista sull’obiezione di coscienza in Turchia di Hilal Demir

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Articolo originale dell’8 luglio 2011 al link: http://www.wri-irg.org/es/node/13316  di Hilal Demir, Internacional de Resistentes a la Guerra.

L’immagine che ho usato mi piace un sacco ma non so di chi sia, l’ho trovata qua: http://radioblackout.org/2014/05/caselle-t-se-spezziamo-le-ali-alla-guerra-due-giornate-contro-il-militarismo/

Ringrazio Maria Grazia e Viola per la traduzione e la revisione dal castigliano all’italiano.

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Perché noi, le donne, ci dichiariamo obiettrici di coscienza in Turchia quando non dobbiamo fare il servizio militare? Desidero affrontare alcuni dei problemi e dinamiche della obiezione di coscienza, avvalorare le dichiarazioni pubbliche che noi obiettrici facemmo e commentare i dibattiti che si generarono.

Considero che collocandosi in una cultura patriarcale, i movimenti di opposizione, incluso quello femminista, corrono sempre il rischio di mascolinizzarsi. Tale rischio è talmente forte che questa mascolinizzazione può snaturare e indebolire la maggior parte dei movimenti.

A mio avviso, ignorare l’analisi femminista in un movimento che lotta contro il patriarcato e le sue operazioni condanna (questo) processo al fallimento. In un movimento come quello antimilitarista, la lotta contro il machismo dovrebbe essere uno dei temi fondamentali dell’agenda. Per di più, se non facciamo costante esercizio di autocritica, i meccanismi insidiosi del sistema patriarcale si infiltreranno nel movimento e lo banalizzeranno.

Vorrei citare Pinar Selek, in un articolo che pubblicò nella rivista di analisi femminista Amargi:

Benchè questo sia un tema molto importante per ciò che riguarda la militarizzazione e la riproduzione della mascolinità, continua a essere solo uno tra i tanti punti dell’agenda della lotta contro il militarismo. Specialmente qui, in Turchia, il militarismo si relaziona con tanti temi. Abbiamo questioni da risolvere per ciò che riguarda la storia, la repubblica, l’interpretazione predominante, incluso all’interno della (stessa) opposizione. Dobbiamo sviluppare politiche contro la militarizzazione della politica e dell’economia, contro la rapida istituzionalizzazione del militarismo. Indubbiamente, dai suoi inizi, il movimento antimilitarista ha fallito nell’ affrontare temi che non fossero “il servizio militare obbligatorio” e la “alienazione del servizio militare”. Ciò che il movimento femminista apporta potrebbe salvare il movimento antimilitarista dalla sua ristretta agenda e dalle (tendenze) patriarcali in cui si è chiuso. Mentre i lavori antiguerra e antimilitaristi non riescono a creare un’ agenda e un dibattito pubblico femminista per mettere in discussione il militarismo, il nazionalismo e la politica che organizza la guerra attraverso l’integrazione nei micropoteri, continueremo a non andare avanti. Per evitare di arenarsi, il movimento antimilitarista deve integrare il lavoro del movimento femminista. Questa necessità c’è sempre stata. [1]

Come donne e attiviste nel movimento antimilitarista, antiguerra e di obiezione di coscienza, abbiamo cercato forme alternative di esprimere la nostra resistenza al militarismo. Abbiamo lottato per aprire uno spazio che ci accogliesse nei movimenti in cui lottavamo poiché questi non comprendevano la prospettiva di genere. Nel 1999 con alcune attiviste con le quali lavorai nell’Associazione dei Resistenti alla Guerra di Izmir, creammo il gruppo indipendente Femministe Antimilitariste. Fu il primo gruppo con l’obiettivo dichiarato di superare i problemi che affrontavano le donne per il fatto di essere donne nel proprio movimento. Negli anni seguenti si formarono gruppi simili in varie città.

In Turchia, come nella maggior parte dei luoghi del mondo, è normale definire l’obiezione di coscienza come il rifiuto a svolgere il servizio militare obbligatorio. Visto che le donne non devono fare il sevizio militare, si pensa che non abbia senso che si dichiarino obiettrici. L’intenzione primaria nel dichiarare la mia obiezione era porre l’attenzione sul rischio che il movimento correva di trasformarsi in una sorta di foro della politica maschile, e ricordarci, inoltre, che il militarismo non è circoscritto al tema del servizio militare. Il fatto che le donne non possano entrare nell’esercito turco è dovuto alla percezione che non siamo abbastanza degne per entrare a far parte di un’istituzione “tanto nobile”. Questo significa che il servizio militare non serve unicamente alla “difesa della nazione”, ma anche perché rimanga ben definito lo status di cittadino di donne e uomini, e il posto che ogni gruppo occupa nella società.

Quando pensavo a cosa inserire nella mia dichiarazione pubblica, avevo ben chiari i punti che intendevo esplorare nel mio testo: cause delle guerre, come le persone vengono usate nelle guerre, come il militarismo presente nella vita quotidiana ci prepara psicologicamente per le guerre e la violenza, come questo sistema perpetua una vita sociale strutturata attorno ai ruoli di genere… nel mio intervento volevo rifiutare tutti questi punti.

Esra Gedik è una delle analiste del tema dell’obiezione di coscienza delle donne in Turchia. In seguito, presento alcune delle sue considerazioni sulla nostra situazione.

Le donne che dichiarano la loro obiezione nonostante non vengano reclutate lo fanno come forma di opposizione al militarismo, a tutte le forme della guerra, la violenza e la discriminazione. Inoltre, dirigono il loro messaggio alle forze armate e alla guerra stessa; all’economia di guerra e alla mentalità bellica. Le più oppresse dal militarismo sono le donne, poiché il militarismo si costruisce dal maschilismo, dal patriarcato, dall’eterosessualismo oltre a tutti gli altri tipi di discriminazione. Per questa ragione, la lotta che le donne stanno facendo è importante. Presuppone il rifiuto degli eserciti, di tutte le guerre che provocano e conducono, degli armamenti e di tutti i tipi di armi e violenza insieme. Sono donne che si esprimono come madri, come difenditrici della pace, come antimilitariste, come persone. Ed è la prova che loro, in questo movimento, hanno da dire e fare oltre che semplicemente appoggiare gli obiettori. Nonostante le donne non vengano reclutate sono, a volte, parte del militarismo e, in regola generale, sempre vittime. Così dunque, alzano la voce contro ogni tipo di struttura autoritaria, gerarchica, nazionalista, maschilista e militarista, perché non vogliono uccidere né morire nelle guerre, e non vogliono essere oppresse ne sfruttate. Continuare a tacere equivarrebbe ad appoggiare la guerra. Esiste una volontà a favore di un mondo senza armi, senza discriminazione razziale, religiosa o sessista. [2]

Feci il mio intervento pubblico il 15 Maggio del 2004 durante il “Festival del Militurismo” che organizzammo. Le nostre dichiarazioni ci fecero correre lo stesso rischio che corrono gli obiettori, viene applicata la stessa legge. È una strategia politica per tentare di forzare il governo della Repubblica Turca a prendere posizione una volta per tutte sull’obiezione di coscienza; le dichiarazioni delle obiettrici sono parte di questa strategia. Le dichiarazioni delle obiettrici hanno in comune l’attitudine femminista dinnanzi al militarismo. La maggioranza delle definizioni dell’obiezione di coscienza include il diritto umano alla libertà di coscienza e la obiezione di coscienza come espressione personale di questa coscienza, così che, come femminista, non ritengo problematico dichiararmi obiettrice di coscienza.

Il primo caso giuridico di obiezione di coscienza in Turchia fu quello di Osman Murat Ülke, nel 1996. Il caso fu molto problematico per la lunga durata del processo, l’incertezza, il logoramento, l’insufficienza di prove, la mancanza di mobilitazione, la marginalizzazione, e la mancanza di appoggio degli altri movimenti politici. Tutto ciò generò esaurimento e problemi che ci accompagnarono negli anni seguenti nel movimento di coscienza. L’impatto della cultura nella quale viviamo, il dover lavorare essendo esausti ed esauste, le molte inefficienze … portarono il movimento ad occuparsi esclusivamente delle dichiarazioni degli obiettori di coscienza, cioè si rifiutavano di adempiere a un servizio obbligatorio. Questo si tradusse nella creazione di eroi, ossia erano uomini che correvano il rischio di condanne carcerarie prolungate in un paese dove l’obiezione di coscienza non è un diritto costituzionale.

Il diniego al fare il servizio militare degli uomini e il loro successivo elevamento a “eroi” può aiutare lo sviluppo del movimento in una qualche misura, però dovrebbe aspirare a svalutare questo status, perché altrimenti non ci sarà spazio per le donne e sarà un movimento di soli uomini. Di fatto, è già iniziato a succedere nel movimento di obiezione di coscienza. L’ “eroismo” è un concetto maschile e militarista, e per tanto dobbiamo metterlo in discussione. È evidente che dobbiamo sviluppare nuove strategie e attitudini. L’unica azione che abbiamo concepito finora s’iscrive nel segno dell’obiezione di coscienza, e noi in questo donne abbiamo le nostre responsabilità. Non siamo riuscite a stabilire priorità che ci permettano di disporre di tempo per mettere in atto i punti che consideriamo importanti. Non vorrei essere dura nella mia critica, per credo che ciò che abbiamo ignorato soprattutto è il tema dei problemi che affrontiamo per il fatto di essere donne.

Recentemente abbiamo iniziato a discutere una questione importante: “benché siamo sicure di voler mettere in pratica approcci e azioni antimilitariste femministe nella soluzione di ogni problema, [ci chiediamo] è la piattaforma dell’obiezione di coscienza il luogo adeguato per farlo?” perché questo si comprenda, devo chiarire che noi concepiamo il concetto di ‘obiettrice’ in maniera diversa di come è concepito generalmente nel movimento, di come lo concepiscono le altre donne del movimento di obiezione di coscienza e il movimento militarista nell’insieme. Secondo loro, il termine obiezione venne coniato per una situazione legale, e dovrebbe, pertanto, limitarsi l’uso in questo contesto. Si oppongono al fatto che noi ci dichiariamo obiettrici. Sostengono che le donne debbano concepire, nominare e lottare per le loro tematiche. Che visto che noi donne abbiamo il nostro potere, dobbiamo creare le nostre parole contro il militarismo, anziché pretendere di cambiare il significato di ‘obiezione di coscienza’.

Penso che la dichiarazioni delle 12 obiettrici di coscienza abbiano aiutato a sviluppare la sensibilità di genere nel movimento, mettendo in discussione i dibattiti su questo concetto e motivandoci a cercare una strada dove sviluppare nuovi argomenti. Le dichiarazioni delle obiettrici ci aiutano a stare allerta, e a rafforzarci, ed evitano, inoltre, che il nostro movimento si concentri esclusivamente sui giudizi verso gli obiettori.

Dentro il movimento antimilitarista mi sembra che si realizzi attivismo solo all’interno di questa visione ristretta dell’obiezione di coscienza. E se le donne, che sono rese invisibili dal militarismo, sono ignorate anche nell’attivismo, rimarremo intrappolati e intrappolate nella trappola militarista.

In tutto ciò, rimangono da analizzare alcune questioni importanti come: le donne dovrebbero lavorare per la loro visibilità all’interno della obiezione di coscienza per essere “uguali” agli uomini? Come incoraggiare attitudini non maschiliste dentro il movimento? Le dichiarazioni delle obiettrici hanno posto ancora altre domande, raccolte da Ayşegül Altınay ad Amargi:

chi e quali processi danno alla luce il Soldato turco (e la sua controfigura, il militante)? Perché crediamo di essere Soldati Nati culturalmente e il nostro più valido contributo alla società è servire nell’Esercito?

Che posto occupano gli uomini e le donne nella tesi del Soldato-Nazione?

Se intendiamo il militarismo in maniera più ampia come glorificazione delle conquiste e pratiche militari e crogiuolo dove si forgia la vita “civile”, qual è il nostro contributo al militarismo come “civili”?

Cosa apportano le donne?

Cosa apportiamo noi femministe? Possiamo far valere le nostre dichiarazioni e comportamenti davanti a tutti i tipi di violenza e militarismo?

Riassumendo: quando affronteremo veramente i processi di “essere” e “generare” soldati e militarismo? Se non siamo Soldati Nati, che possiamo fare per non esserlo? [3]

Recentemente c’è stata una riunione di donne di diverse città per dibattere questi temi. Continuiamo con quello dell’obiezione di coscienza e stiamo cercando nuove strategie per aprire nuove strade. Le necessità che condividiamo ci hanno portato a realizzare una rete di donne, i cui abbiamo cominciato ad analizzare diversi concetti e forme nelle quali sviluppare l’attivismo antimilitarista delle donne. E vedo che cominciamo a raccogliere i frutti in questo processo iniziato con le donne che si dichiararono obiettrici di coscienza.

Un ringraziamento a Balam Kenter per la traduzione dal turco all’inglese.

Note:

[1] Pınar Selek, “Feminizme ve anti-militarizme ihtiyacımız var (Necesitamos el feminismo y el antimilitarismo), Amargi, S.2, Autumn Issue 2006, p. 27).

[2] Esra Gedik, “Kadınlık ve Vicdani Red Üzerine” (Sobre la feminidad y la objeción de conciencia), Amargi, S.2, Autumn Issue 2006, p. 38.

[3] Ayşe Gül Altınay “’Asker Türk’leri Ve Onların Asker Kardeşlerini Kim Doğuruyor?” (¿Quién está pariendo al “soldado turco” y a sus hermanos soldados?), Amargi, S.2, Autumn Issue 2006, p. 18.

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